Matteo: da esperto di informatica a dottorato in filosofia

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La realizzazione personale non è una linea retta.

Un percorso di vita, anche dal punto di vista professionale, è fatto di cambiamenti, deviazioni e bivi.

Questa è la storia di Matteo, che ha scelto di cambiare la sua strada, seppur sicura, per seguire la sua passione per la filosofia.

 

Matteo Andreozzi

PHD in Filosofia

Laureato in Scienze Filosofiche nel 2008

 

  • Chi è Matteo?

Matteo è un ragazzo di 37 anni a cui la filosofia ha prima condizionato la vita, e poi cambiato la vita. Matteo è una persona che puoi pensare di capire, forse, magari anche prevedere, ma che non potrai mai dire di conoscere: mai, anche dopo anni. Matteo si accontenta di poco perché, come Socrate, guarda al mondo e pensa, sollevato: “ci sono così tante cose di cui non ho bisogno!”.

 

  • 3 parole per descriverti

Burbero, buffo, profondo.

 

  • Cosa sognavi di fare da grande?

Prima sognavo di salvare il mondo, poi di cambiare il mondo. Poi i sogni si sono ridimensionati prima in salvare me stesso e poi in cambiare me stesso. Che poi, tutto sommato, forse sono rimasti gli stessi sogni. Quasi tutti gli altri sogni più “concreti” li ho realizzati. Sognavo di fare il barista (fatto), l’hacker (fatto), il precettore di figli di famiglie abbienti (fatto) e il ballerino (fatto). Ho mancato il sogno di giocare nella NBA e quello di fare l’attore. Per il secondo, però, non è ancora detto che non ci riesca.

 

  •  Come ti sei avvicinato ai tuoi studi?

Dopo il liceo ero indeciso su che Università seguire. Mi sono diplomato con 100/100 (questo per dire che andavo bene a scuola), ma sono sempre stato abbastanza ribelle. L’indecisione era tra l’entrare nel mondo del lavoro, studiare filosofia, psicologia, medicina o biologia. Scelsi medicina. Mi preparai per il test con un amico. Il giorno prima del test io e il mio amico abbiamo fatto un po’ troppa baldoria e il giorno del test, con 3-4 ore di sonno, all’arrivo in Università siamo stati colti entrambi da un acuto malessere intestinale che ci tenne prigionieri dei bagni dell’Ateneo per tutta la durata del test. Era destino, pensai. Iniziai dunque a lavorare, dicendomi che un giorno magari avrei ripreso gli studi. Nel tempo mi appassionai sempre più di filosofia, quindi decisi che se mai un giorno mi fossi iscritto all’Università sarebbe stata quella, e non più medicina, la mia scelta. Dopo 5 anni di carriera lavorativa bene avviata, un giorno il mio datore di lavoro, nel mezzo di una riunione disse (per criticare l’operato di alcuni miei colleghi): “non c’è nulla di più definitivo del provvisorio!”. Quella frase mi aprì gli occhi. Capii che non aveva senso continuare a dirmi “prima o poi farò filosofia”, perché era un modo per continuare a non farla. Mollai tutto e qualche settimana dopo ero a seguire la mia prima lezione.

 

  • Cosa ti è piaciuto di più?

L’ambiente universitario, la speranza dei giovani studenti, il loro entusiasmo. Le belle ragazze e i loro profumi. Lo scricchiolio delle sedie reclinabili delle aule. Il torpore di alcune lezioni. Lo sbobinare lezioni registrate. Ma più di tutto mi sono piaciute le biblioteche. Le giravo tutte, in cerca di libri, di concentrazione, ma soprattutto degli sguardi concentrati delle persone impegnate a studiare. Un’esperienza da provare almeno una volta nella vita.

 

  •  Cosa ti hanno dato i tuoi studi? Hai dovuto integrarli?

La filosofia non ti dà niente. La filosofia ti accompagna, come un fratello o una sorella maggiore, durante un tuo percorso di crescita e di cambiamento. La filosofia non ti fa crescere o cambiare: ti dà l’energia per farlo. Poiché non avevo mai studiato filosofia prima dell’Università ho dovuto sì integrare i miei studi, mentre ero studente. Finito il mio percorso da studente non ho dovuto integrare un bel niente. Tutto quello che sapevo prima di iniziare l’Università era più che sufficiente per lavorare. Una volta laureatomi in filosofia, però, sapevo finalmente come usare le mie conoscenze e come presentarle a chi mi avrebbe potuto volere assumere.

 

  • Com’è stato il tuo ingresso nel mondo del lavoro?

Ci sono stati due ingressi. Il primo da neodiplomato. Il secondo da neodottorato (sì, perché dopo la laurea ho fatto anche il dottorato di ricerca). Il primo è stato il classi ingresso da scalata di giovane rampante desideroso di indipendenza economica. Prima lavoretti (volantinaggio, bar, ecc.), poi un costumercare, poi helpdesk, poi responsabile assistenza, poi responsabile del reparto tecnico di una ditta di informatica e telecominicazioni. Avevo 24 anni, un futuro lavorativo rassicurante, una poltrona fissa, una macchina e un cellulare aziendali e… Avevo messo su qualche chilo. Dopo il dottorato invece tutto è… Arrivato da solo. Un lavoro di insegnante di sostegno presso un liceo, che mi lascia abbastanza tempo libero per un paio di incarichi di insegnamento presso due Atenei, una consulenza organizzativa presso una ditta di progettazione europea e una consulenza tecnica presso un’agenzia di moda.

 

  • Dove sei ora?

In questo momento sono a casa mia, a godermi un po’ di relax. Nella vita, invece, sono quasi arrivato dove volevo arrivare: e cioè dove… Non arriverò mai. Sono costantemente davanti a uno specchio in cui si riflette un’immagine di me che mi piace sempre più, ma mai del tutto. Quello specchio sono le persone con cui lavoro e per cui lavoro. Nella maggior parte dei casi sono studenti, alcune volte colleghi, altre clienti, a seconda del luogo di lavoro. Sì, perché di lavori ne faccio almeno 5, ora come ora, dall’insegnamento nei liceo a quello in università, dalle consulenze aziendali a quelle private. In ogni cosa do il massimo in termini di impegno e organizzazione. La migliore paga non è lo stipendio, ma l’immagine di me stesso che ho in cambio.

 

  • Quali sono i tuoi hobby e interessi?

Il mio principale interesse è parlare con le persone, ascoltarle e magari capirle. Il mio principale hobby è la pallacanestro giocata, seguita su siti e giornali e vissuta come esperienza di vita. Adoro anche i film e i documentari. Tutto il resto è noia.

 

  • Che consigli daresti a chi ha intrapreso un percorso di studi umanistici?

Il primo consiglio è di non cercare un’utilità a quello che stai studiando. In questa prospettiva i tuoi studi non ti daranno mai nulla di utile. Prendi, prendi, prendi tutto quello che la cultura umanistica ha da darti. Fallo tuo, rielaboralo, assimilalo. Fai sì che turbi le tue notti e che ti dia importanti intuizioni nei momenti più impensabili. Il resto verrà da sé e il concetto di “utilità” sarà tanto utile per guardare al tuo percorso di studi quanto è utile il concetto di “conveniente” per descrivere una relazione affettiva. In ambo le circostanze puoi certamente usare entrambi, ma al costo di svilire ciò che stai dicendo a te stesso. Il secondo consiglio è di non cercare uno stipendio alto. Anzitutto, cos’è uno stipendio alto? 10 persone diverse vi diranno cifre diverse. E poi il denaro è una merce di scambio e non è mai un fine. Chiedetevi: tutto il denaro che mi darà questo lavoro con cosa lo scambierò, se il lavoro che ho scelto mi fa fare turni snervanti, mi tiene impegnato fino a orari improponibili e mi spossa al punto che, tornato a casa, penso solo a fare zapping, scaldarmi una zuppa al microonde, o giocare a qualche videogioco? Oggi come oggi è rischioso anche fare combaciare le proprie passioni con il proprio lavoro: il confine tra i due diventa opaco e ti trovi sempre a lavorare, convinto di vivere la tua vita, o viceversa. Sarò scontato, ma suggerisco la buona vecchia via di mezzo. Non cercate uno stipendio; cercate un lavoro che vi dia quel che vi basta per vivere una vita che avete il tempo di vivere pienamente e il mood di avere voglia di vivere.

 

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